Social Manufacturing: come la tecnologia e la ricerca di nuovi scopi per l’economia possono trasformare le catene del valore in reti del valore.

Marco Mari – August 27, 2020

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Vi ricordate com’era il futuro prima della pandemia? Parlavamo del riscaldamento globale, delle guerre commerciali, della difesa dei dati nell’evoluzione tecnologica, dell’irresistibile ascesa delle città.

Sembravamo sempre più orientati come società a cogliere le opportunità e gestire i rischi della Great Acceleration, ovvero quel fenomeno di crescita continua ed irrefrenabile delle attività dell’uomo come la demografia, la produzione di valore, i viaggi e la connettività ma anche il consumo del suolo e delle risorse naturali.

Di fronte a questa dinamica globale sempre più manifesta, cresceva nel mondo la preoccupazione e l’attivismo da parte degli individui e delle aziende verso un’economia più responsabile ed attenta al nostro equilibrio con l’ecosistema di cui siamo parte, e poi è arrivata una pandemia a metterci in lockdown. E così, nel giro di poche settimane, una nazione dopo l’altra quasi inerme è rapidamente passata dalla grande accelerazione alla grande sospensione, ed ora a stento ed in modo disarticolato, senza il tempo di una riflessione su come siamo arrivati a questo punto, assistiamo a ripartenze, a volte false, e tentativi di radicale trasformazione delle nostre strutture sociali.

Andrà tutto bene, ma nulla sarà come prima. Quante volte abbiamo sentito queste sentenze, senza però interrogarci sulla più semplice e primordiale delle domande che la nostra specie si pone dall’inizio della sua ragione: dove stiamo andando?

Due mesi fa, convinti che la globalizzazione non cesserà ma si trasformerà, abbiamo coinvolto Bill Emmott, Federico Fubini e Diego Piacentini in una riflessione sulla regionalizzazione delle catene del valore.

Proseguendo questa indagine, e nel dialogo con le imprese, ha poi iniziato a riemergere nelle nostre riflessioni una definizione che non utilizzavamo da qualche tempo: Social Manufacturing.

Social Manufacturing: una nuova definizione

Un tempo considerato il fenomeno di collaborazione tra imprese ed individui, legato soprattutto all’introduzione della cosiddetta additive manufacturing e delle stampanti 3D, Social Manufacturing potrebbe voler dire, nel mondo post-Covid, qualcosa di diverso: la rottura, specie nelle economie manifatturiere, del primato delle economie di scala in favore dell’emersione di micro politiche e microeconomie globalmente connesse.

Questa innovazione, che ad un primo sguardo potrebbe figurare come un ritorno al passato, può in realtà rappresentare la piena realizzazione dei fenomeni di digitalizzazione e globalizzazione.

Per quanto possa sembrarci contraddittorio ad una prima vista, questa connessione globale di operatori economici locali e proporzionati al territorio d’origine rappresenta un passo avanti nella piena realizzazione della digitalizzazione. Per anni, probabilmente deviati dall’immagine storica delle mega fabbriche e mega produzioni, abbiamo inteso le tech and service economy come un fenomeno prevalentemente urbano, accentrato in grandi campus, dove la densità tipica di una catena di montaggio veniva tramutata in open spaces carichi di postazioni PC ed angoli di svago.

A sinistra: stazione di lavoro nel quartier generale di una start-up che opera nel campo dell'intelligenza artificiale. A destra: stazione di lavoro in una fabbrica di abbigliamento.

Ora che i quotidiani ci riflettono le immagini di queste strutture vuote e prive della loro classica energia è forse più facile ravvisare una similitudine tra il centralismo dei villaggi operai dove la fabbrica era vicina ad alloggi, mense e circoli del dopolavoro, con quello delle città-campus, dove la smaterializzazione del lavoro ha comunque privilegiato l’accentramento e le economie di scala, sostituendo i capannoni con gli open spaces e torni e telai con i PC.

Una piena digitalizzazione e globalizzazione possono invece portarci verso il decentramento delle comunicazioni, spingendo la crescita dal concetto di scala a quello della capillarità e, cosa ancora più importante per le filiere produttive, tramutando le catene del valore verso le reti del valore: con una valutazione più diretta e trasparente dell’operato umano, nonché una più equa attribuzione dell’opera e del valore creato.

In un sistema di microeconomie e micro politiche connesse, le relazioni acquisteranno una nuova centralità nei processi. Può questo significare il ritorno di un capitalismo di relazione, con i suoi portati negativi di asimmetrie informative ed opacità decisionali?

No, se saremo in grado di sviluppare nuovi concetti di prossimità, con una trasparenza garantita dalla terzietà delle tecnologie informatiche, ed enfatizzando fattori positivi della familiarità come una maggiore solidarietà e responsabilità sociale, ed una concorrenza nel senso letterale del suo termine: dove gli operatori economici decidono di correre insieme verso un’evoluzione del proprio settore, anziché limitarsi a costruire e difendere vantaggi competitivi. Affinché questo fenomeno possa essere artefice di un progresso, conteranno dunque due fattori: come svilupperemo le nuove infrastrutture che traghetteranno le catene del valore in reti del valore, e come daremo sostanza al dialogo diretto e trasparente tra individui ed organizzazioni.

Il decentramento come piena realizzazione della digitalizzazione e globalizzazione

Rimanendo nel nostro campo, ovvero quello della manifattura, possono ritenersi interessanti due fenomeni: la crescita di sistemi informatici aperti per la gestione delle produzioni e delle filiere e, considerato che gran parte dell’opera dell’uomo parte dalle risorse naturali, l’emersione di un’economia rigenerativa e non più di consumo.

L’apertura dei sistemi informatici, ovvero la possibilità di integrare più facilmente uno o più sistemi di approvvigionamento delle materie prime, di logistica o di produzione può permettere un’innovazione radicale delle organizzazioni aziendali. Da tempo grazie ai cosiddetti sistemi headless, è ad esempio possibile acquistare all’interno di uno stesso e-commerce multivendor prodotti che provengono da magazzini ed addirittura aziende diverse, seppur nella condivisione di una garanzia di standard esperienziali univoci per gli utenti. Anziché nuovi retailer digitali con enormi centri di smistamento logistico, potrebbe succedere in futuro che più artigiani o produttori di dimensione medio-piccola ma di grande qualità attraverso la leva tecnologica prima ancora che finanziaria riusciranno a realizzare nuovi fenomeni di aggregazione ed accesso a nuovi mercati. In questo spazio può essere interessante monitorare cosa faranno alcune start-up italiane, come Commerce Layer e Dato CMS, ma anche, per introdurre l’argomento che segue, come queste nuove piattaforme tecnologiche potranno fare leva su nuovi strumenti di certificazione della qualità e della sostenibilità come ad esempio le soluzioni blockchain proposte da IBM con il suo Food Trust, oppure su una scala diversa da start-up come Provenance.

Farmer Connect è un progetto nato dalla collaborazione tra Sucafina, leader globale nel commercio del caffè verde, ed IBM Food Trust

Come sta accadendo dunque nell’economia dell’informazione, se da un lato la maggiore varietà e capillarità delle fonti andrà ad offrire ai diversi stakeholder delle produzioni manifatturiere una grande diversità nelle scelte, dall’altro conteranno sempre più le modalità di riconoscimento (metriche ed oltre) e la certificazione dei prodotti da ritenersi superiori in termini di qualità e sostenibilità.

Oltre la società dei consumi: qualità è sostenibilità

Per definire questi termini apparentemente astratti, possono tornare utili i case studies e le conversazioni condotte da Italia Innovation negli ultimi tre anni con i suoi innovation programs, ed in particolar modo i pilastri della qualità dirompente, così come definiti da Riccardo Illy: la scelta delle migliori materie prime disponibili e senza alcun compromesso, la presenza di processi tecnologici di trasformazione industriale a basso impatto e non compatibili con quelli dell'industria di massa, pensati per esaltare le qualità delle materie prime scelte e non per eliminarne i difetti, una chiara percezione di superiorità del prodotto anche da parte dei consumatori non esperti ed una sostenibilità della produzione olistica, comprensiva sia degli aspetti sociali che di quelli ambientali.

Questa innovazione nelle produzioni, dove la qualità diventa il baricentro delle filiere produttive nonché fondamento della sostenibilità, può traghettare il nostro sistema dalla società dei consumi a quella delle economie rigenerative, ed in questo senso certificazioni olistiche come la Regenerative Organic Agriculture Certification possono rappresentare un elemento aggregante tra operatori economici che condividono tale filosofia, e quindi differenziante nei confronti di ciò che presto potrà diventare il vecchio mercato.

Lanciata nel 2017 da un gruppo di pionieri nei campi dell’impresa, dell’agricoltura e della scienza questa certificazione ha un approccio olistico, definendo i più alti standard in termini di qualità e sostenibilità per la salute del suolo, il trattamento degli animali e non da ultimo la sensibilità sociale nei confronti dei lavoratori e delle comunità coinvolte dalle attività produttive.

Il percorso di certificazione sulla Regenerative Organic Agriculture, così come definito dall'alleanza.

A seguito del successo delle certificazioni prima sulle produzioni biologiche e poi sull’impatto sociale come le B-Corp e società benefit, la Regenerative Organic Agriculture Certification offre l’opportunità di coinvolgere in un processo di trasparenza e continuo miglioramento qualitativo le filiere nella loro interezza, con benefici misurabili non solo per il settore agroalimentare ma per tutti quelli che dipendono in origine dal rapporto con la natura, come ad esempio il tessile e l’arredo-legno.

Il futuro della Social Manufacturing dunque potrà passare da una combinazione di nuovi fattori tecnologici e procedurali, permettendo attraverso una piena realizzazione della digitalizzazione un coinvolgimento di piccoli stakeholders di eccellenza in reti del valore globali ed evolvendo l’oramai vecchio modello della società dei consumi in una società della continua rigenerazione del valore.